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23/07/2009

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Aggiunto articolo Illuminazione 

 

 01/01/2009

Il sito è attivo anche se incompleto,

contiamo di ultimarlo al più presto

intanto buon anno a tutti... 

 
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Geochelone (Centrochelys) Sulcata

01.jpgTassonomia:

 

Geochelone Sulcata, Centrochelys Sulcata. Non sono conosciute sottospecie anche se, la vastità del loro habitat fa presumere che, in futuro, potrebbero essere distinti diversi ceppi.

 

Informazioni generali:

 

L'areale di distribuzione di Centrochelys Sulcata, si estende lungo tutto il tratto dell'Africa sub-Sahariana, Dalla Costa D'Avorio, Senegal, Mauritania fino al Corno d'Africa in Etiopia e Somalia, dove, nel punto più a nord, condivide il proprio areale con G. Pardalis.

  C. Sulcata si caratterizza per un colore del carapace simile alla sabbia, tra il giallo chiaro/crema ed il marrone, la pelle invece, è di colore uniforme tendente al beige. Il carapace ha una caratteristica forma ribassata con dorso piuttosto schiacciato, quasi piatto.

  E' un'animale dall'aspetto massiccio, dotato di zampe poderose, che gli permettono di scavare lunghi tunnel nel deserto per crearsi un rifugio fresco ove potersi riparare, sia dalle temperature torride, che dai bruschi abbassamenti delle stesse durante la notte, tipici delle zone pre-desertiche.

  Quanto ai tunnel, non c'è da preoccuparsi, infatti, solitamente nei suoli compatti, quali quelli della maggior parte d'Italia ed Europa, perde tale istinto, rivelandosi pertanto un perfetto animale da giardino (sempre purché non si abbia l'ambizione di coltivare piantine esili e particolarmente delicate).

 

 

Questa specie può raggiungere una dimensione di 50/60 cm per le femmine e 70/80 cm per i maschi, questi ultimi infatti, risultano essere di dimensioni molto maggiori.

  Il dimorfismo sessuale si caratterizza, oltre che per la già citata dimensione, anche per la coda che, nel maschio, è molto più grande e per le placche golari (vomeri) che sviluppano in età adulta. Queste ultime vengono utilizzate, nei combattimenti con gli altri maschi.

  Dal punto di vista comportamentale sono animali molto attivi, pertanto divertenti da allevare, infatti la loro vivacità rende questa specie particolarmente interessante.

 

Allevamento in cattività:

 

Come per tutte le altre specie, premessa fondamentale per capire come allevare Geochelone Sulcata in cattività è quella di conoscere quelle che sono le condizioni climatiche in gran parte del suo habitat naturale e quali sono le variabili che tale ambente presenta.

  Questa specie è particolarmente resistente ed abituata a lunghi periodi di siccità, infatti, le zone da cui proviene sono molto aride e raramente soggette a precipitazioni, fatta eccezione per i mesi tra Giugno e Agosto in cui, queste ultime, sono più intense, comunque inferiori a mm 160 mensili.

  Nei mesi secchi (circa da Ottobre a Giugno) le temperature medie diurne sfiorano costantemente i 30/35° C, con minime che si avvicinano ai 10 C°, con picchi vicino allo 0, mentre nei mesi caldi le massime superano anche 45° C e si abbassano intorno ai 20 / 25°C. Il periodo più caldo coincide anche con la stagione più umida, momento in cui G. Sulcata concentra tutte le proprie energie per accumulare nutrimenti fondamentali in vista dei successivi periodi di siccità.

 

Detto ciò passiamo ad analizzare quali sono le esigenze principali che dobbiamo soddisfare per allevare questa meravigliosa specie. L'allevamento di G. Sulcata in cattività può sembrare molto semplice, vista l'estrema adattabilità della specie alle condizioni più diverse, tuttavia, proprio per questa sua tenacia, si rischia di non rendersi conto di eventuali errori di allevamento offrendo loro condizioni sub ottimali e quindi riducendo la qualità dell'allevamento.

 

Dunque, per ricreare il ciclo naturale, che come detto, si divide in stagione umida e stagione secca, si può sfruttare l'obbligatoria (almeno per la maggior parte delle regioni italiane) stabulazione invernale ed estiva. Ossia: il periodo estivo, ove le tartarughe vengono lasciate soggiornare in giardino, consentire loro l'accesso all'erba verde e, talvolta alle inevitabili piogge o irrigazione artificiale (da eseguirsi esclusivamente nelle ore più calde, in modo di consentire al prato di asciugarsi velocemente), in tal modo riproducendo la stagione umida (l'estate europea, per quanto a noi possa sembrare secca, è comunque troppo umida per animali il cui habitat è costituito dal deserto).

 

Nel periodo invernale, invece, quando si riportano le tartarughe negli alloggi interni, si dovrebbe simulare la stagione secca, pertanto in terrario, è essenziale fornire alla specie un ambiente secco, con umidità relativa inferiore al 40% e temperatura media intorno ai 20/25°C nella zona più vasta del terrario, con uno spot di calore più elevato (37/38 C°) sotto il quale, il rettile, possa adeguare la propria temperatura corporea (termoregolazione).

 

Nella fase notturna la temperatura nel terrario può scendere fino ai 15°C, senza nessuna conseguenza, infatti in natura, queste tartarughe sopportano temperature ben più rigide.

 

Posto che, come detto, si tratta di animali che raggiungono dimensioni rilevanti, per una corretta stabulazione, occorre garantire loro uno spazio adeguato (almeno 4/5 metri quadri per animale), all'uopo eliminando tutto ciò che non è strettamente necessario, onde non sottrarre spazio per il movimento che, in questa specie, è molto importante per il suo benessere.

 

Al fine di contenere l'umidità del terrario, sarebbe consigliabile installare una ventola di aspirazione forzata, da spegnersi durante le ore notturne (durante la notte, anche nel deserto l'umidità sale), che svolge anche un utile funzione di contenimento delle esalazioni odorose.

 

Per ciò che riguarda l'illuminazione,  sarebbe molto importante provvedere al corretto apporto di raggi UVA e U.V.B., che permettano agli animali la sintesi della vitamina D3. Ciò è possibile mediante all'utilizzo di tubi fluorescenti, ovvero lampade HQI che comprendano, nel loro spettro, un sufficiente quantitativo di detti raggi unitamente alla luce visibile. Queste ultime svolgono anche l'utile funzione di fonte di calore (per informazioni più specifiche si rimanda al link illuminazione).

 

2007_0519tarte20070056.jpgOvviamente, non appena possibile, sarebbe necessario spostare gli animali all'aperto (normalmente, da quando le temperature notturne non scendono al di sotto dei 9/10°C, da aprile/maggio fino a Settembre/ottobre nelle regioni del nord Italia), in modo da permettere loro di approfittare del beneficio diretto del sole.

  Verso il mese di aprile, pertanto, appena le condizioni climatiche lo consentono, si può gradualmente reintrodurre gli animali all'aperto, magari con l'ausiglio delle Greenhouse appositamente studiate per tartarughe, in grado di contrastare i forti cali notturni. 

  N.B. Il ns. riferimento climatico è l'Emilia Romagna, ovviamente man mano che si scende verso sud i problemi legati alle temperature minime si riducono, Per quanto riguarda l'allevamento di questa specie al sud, (Campania, Puglia, Calabria ed Isole) soprattutto nelle zone vicino al mare, è possibile allevarla all'aperto tutto l'anno, purché si osservino alcuni accorgimenti nella realizzazione del rifugio invernale, che dovrà essere munito di lampade o altri tipi di riscaldatori termostatati, affinché, nelle notti in cui la temperatura scende sotto di 5°C, la temperatura all'interno de rifugio non scenda sotto i 10°C.

In questo modo le tartarughe saranno in grado di affrontare i periodi più freddi rifugiandosi nella zona riscaldata.

 

Nonostante questo ciclo non riproduca esattamente le condizioni naturali, la vita all'aria aperta consentiranno di ottenere ugualmente risultati eccellenti.

 

Alimentazione:

 

Occorre premettere che, si deve aver riguardo dell'alimentazione solo nei periodi invernali in quanto, durante l'estate, andrebbero lasciate pascolare liberamente nei prati senza apportare alcuna integrazione salvo, naturalmente, lasciare sempre disponibile qualche osso di seppia per soddisfare l'eventuale maggior fabbisogno di calcio. 

 

Durante la stagione al chiuso, l'alimentazione, dovrebbe essere molto ricca di fibre ed il meno umida possibile, infatti, il loro tratto digestivo non tollera bene alimenti ricchi di liquidi perciò, occorrerebbe evitare qualsiasi tipo di frutta o verdura succosa, bisognerebbe invece, offrire loro, come base della dieta del fieno.

 

Per abituare le tartarughe al fieno, quando le si riporta all'interno, per rendere il passaggio meno repentino e più naturale, occorrerebbe aumentare gradatamente la quantità di fieno e, proporzionalmente, ridurre l'apporto di erba verde, fino ad arrivare (verso novembre) alla somministrazione di solo fieno, fino alla fine di febbraio, ove si reinizierà ad introdurre erba fresca (sempre in modo graduale).

 

Anche dal punto di vista pratico la somministrazione del fieno in inverno ricopre un ruolo molto importante, infatti, si decompone più lentamente, se la  dose del giorno precedente è abbondante può essere consumata il giorno seguente.

 Inoltre, da ns. notazione personale, da quando somministriamo fieno al posto di erba fresca in inverno questa specie non ha più presentato sintomi si scolo nasale, che noi credevamo originati da malattie respiratorie e invece erano dovuti ad un eccesso di liquidi contenuti nelle erbe offerte.

 

N.B. Per chi vive in città e fa fatica a reperire erba di campo, si può organizzare raccogliendone un buon quantitativo una volta la settimana in una zona periferica, per poi conservarla in frigorifero in una borsa di plastica e razionandola giorno per giorno e miscelandola al fieno.

 

Fondamentale è l'aggiunta di Carbonato di Calcio in polvere due o tre volte alla settimana e, almeno una volta di un concentrato vitaminico specifico per rettili contenente vitamina D3. Ideale sarebbe lasciare loro a disposizione una fonte costante di calcio, quali ossi di seppia o carbonato di calcio in polvere.

 

A causa dell'ambiente desertico in cui vive inoltre, C. Sulcata ha sviluppato meccanismi per riciclare i liquidi all'interno del proprio organismo senza sprecarli inutilmente.

 

E' pertanto da considerarsi un grave errore lasciare loro libero accesso all'acqua nel periodo in cui la si ricovera negli stabulari invernali ove, oltre a tutto, si dovrebbe simulare la stagione secca.

 

L'acqua, in questo periodo, dovrebbe essere offerta solo occasionalmente, non più di una volta ogni 15 - 20 giorni. A causa di ciò, gli animali, potrebbero essere soggetti ad una parziale perdita di peso (dal 10% fino al 30%), ciò tuttavia, non deve destare preoccupazione in quanto è dovuto alla fisiologica riduzione di liquidi corporei e non di massa muscolare.

 

Un eccesso d'acqua, infatti, che se offerta verrebbe comunque consumata, determina scompensi all'animale che si traducono in una crescita irregolare, scolo nasale o altre piccole disfunzioni, apparentemente non importanti, ma pur sempre scorrette.

 

Il fattore che ci indicherà se i nostri animali stanno mangiando bene sono le feci, infatti, queste dovranno essere secche e piene di filamenti di fieno.

 

Se al contrario si presenteranno liquide o comunque non ben formate, significa che qualcosa nella dieta non và.

 

Ovviamente anche per le G. Sulcata in natura, è possibile imbattersi in una carogna di animale morto nel deserto, perciò se, due o tre  volte l'anno, si vuole offrire loro un piccolo apporto di proteine animali, non c'è nessuna controindicazione, tuttavia, ciò non è assolutamente necessario, infatti la dieta sopra descritta risponde ampiamente alle modeste richieste nutrizionali di questa specie, che se tenuta come consigliato, otterrà una crescita abbastanza rapida e continua, ma sempre armonica e sana.

 

 

Riproduzione:

 

L'accoppiamento delle G.Sulcata, al contrario delle aspettative non è particolarmente cruento, infatti, dopo un breve corteggiamento il maschio si accoppia, montando sul dorso della femmina, producendo un sibilo, simile ad un "ruggito".

 

Se la femmina è ben ambientata e tutti i requisiti di spazio e vitali sono rispettati, dopo qualche tempo, dovrebbe iniziare a girare nervosamente nel ternario onde ricercare il luogo adatto per deporre le uova.

 

Se non dovesse trovare un sito adeguato alla deposizione, potrebbe anche ritenere le uova, ciò potrebbe essere molto pericolose per la vita dell'animale.

 

E' bene, pertanto provvedere a creare uno specifico luogo idoneo alla deposizione.

Tale sito deve essere posizionato in una zona non troppo disturbata e dovrebbe essere composto di terra, possibilmente compatta (il terriccio troppo friabile prsenta problemi di eccessiva franosità), in modo da consentire all'animale di plasmare il terreno senza che lo stesso ricada all'interno del nido (la femmina impiega dalle 5 alle 8 ore mediamente per terminare tutte le operazioni e chiudere il nido secondo il proprio istinto).

 

Dovrebbe inoltre avere una profondità di almeno 50 cm, per fare si che la femmina possa scavare senza arrivare a toccare il fondo (normalmente il nido è profondo circa 40 cm).

 

Di solito, una femmina adulta può deporre, per ogni nidiata, dalle 10 alle 16 uova, anche se deposizioni più abbondanti sono state registrate.

 

Le uova devono essere raccolte e maneggiate con cura, anche se per i primi due tre giorni dopo la deposizione non si corrono particolari rischi in quanto l'embrione deve ancora formarsi, successivamente riposte in incubatrice ad una temperatura costante, che può variare dai 30°C ai 32°C ad una umidità relativa circa all'80%.

 

Il substrato che si consiglia di utilizzare è vermiculite idratata 1:1 con acqua ( 100g di Vermiculite 100g di acqua).

Garantendo queste condizioni, ci si potrà aspettare la nascita dei piccoli dopo circa 80, 90 giorni.

 

N.B. Nel caso alcuni piccoli nascessero ed altri no, non bisogna essere frettolosi nel rimuovere le uova, infatti in alcuni casi certi embrioni hanno tempi di sviluppo diversi, perciò è sempre meglio tenere le uova in incubatrice per lunghi periodi dopo le date previste per la nascita.

 

Cura dei neonati:

 

E' necessario lasciare i piccoli dentro l'uovo fino a che non riescono ad uscire completamente, (eventualmente se notiamo che il liquido di cui è composto l'interno dell'uovo diventa appiccicoso, possiamo rimuovere momentaneamente i piccoli con tutto l'uovo e metterli dentro ad una vaschetta con acqua tiepida, in modo da ammorbidire il liquido e permettere loro di liberarsi, sempre da soli!!!!).

 sulche_01-07.jpg

Una volta che i piccoli si sono liberati dall'ingombrante protezione, dobbiamo rimuoverli dall'incubatrice, lavarli sotto l'acqua tiepida, per poi rimetterli nuovamente in incubatrice per altri due/tre giorni dentro ad un vasetto riempito con un filo d'acqua (in modo da permettergli di rimanere idratati), fino a che il sacco vitellino non si sia completamente riassorbito.

 

N.B: Se durante le operazioni di abbandono del guscio i piccoli dovessero ferirsi il sacco vitellino, non dovrebbe essere un grosso problema, ma bisogna provvedere a disinfettarlo con Betadine® ben diluito con acqua.

 

Finalmente è arrivato il momento di rimuovere definitivamente i piccoli dall'incubatrice e metterli in una teca di adeguate dimensioni sufficienti per contenerli comodamente tutti.

 

Molto importante ricordare che, sia negli adulti, che nei neonati il sovraffollamento è una delle principali cause di problemi.

 

Bisogna inoltre fare molta attenzione per capire quali sono i soggetti che mangiano e quelli che stentano a decollare ed eventualmente dividerli in un'altra teca.

 

L'alimentazione dei piccoli non differisce molto da quella degli adulti se non per una minore quantità di cibo secco (fieno); si dovrà pertanto somministrare erba di campo con l'aggiunta costante di carbonato di calcio e garantire loro un più frequente accesso all'acqua (2 o 3 volte alla settimana).

 

La teca per i neonati, dovrà avere gli stessi requisiti di quella per gli adulti in termini di temperature, umidità etc...,

 

Se tenuti d'occhio, la crescita iniziale sarà entusiasmante, e gli animali arriveranno a raggiungere quasi il doppio delle loro dimensioni iniziali dopo pochissimo tempo ripagandoci di tutte le fatiche e le attenzioni a loro dedicate.

 

Pietro Campanini