Geochelone Sulcata, Centrochelys
Sulcata. Non sono conosciute sottospecie anche se, la vastità del loro habitat
fa presumere che, in futuro, potrebbero essere distinti diversi ceppi.
Informazioni generali:
L'areale di distribuzione di Centrochelys
Sulcata, si estende lungo tutto il tratto dell'Africa sub-Sahariana, Dalla
Costa D'Avorio, Senegal, Mauritania fino al Corno d'Africa in Etiopia e
Somalia, dove, nel punto più a nord, condivide il proprio areale con G.
Pardalis.
C. Sulcata si caratterizza per un
colore del carapace simile alla sabbia, tra il giallo chiaro/crema ed il
marrone, la pelle invece, è di colore uniforme tendente al beige. Il carapace
ha una caratteristica forma ribassata con dorso piuttosto schiacciato, quasi
piatto.
E' un'animale dall'aspetto
massiccio, dotato di zampe poderose, che gli permettono di scavare lunghi
tunnel nel deserto per crearsi un rifugio fresco ove potersi riparare, sia
dalle temperature torride, che dai bruschi abbassamenti delle stesse durante la
notte, tipici delle zone pre-desertiche.
Quanto ai tunnel, non c'è da
preoccuparsi, infatti, solitamente nei suoli compatti, quali quelli della
maggior parte d'Italia ed Europa, perde tale istinto, rivelandosi pertanto un
perfetto animale da giardino (sempre purché non si abbia l'ambizione di
coltivare piantine esili e particolarmente delicate).
Questa specie può raggiungere una
dimensione di 50/60 cm per le femmine e 70/80 cm per i maschi, questi ultimi
infatti, risultano essere di dimensioni molto maggiori.
Il dimorfismo sessuale si
caratterizza, oltre che per la già citata dimensione, anche per la coda che,
nel maschio, è molto più grande e per le placche golari (vomeri) che sviluppano
in età adulta. Queste ultime vengono utilizzate, nei combattimenti con gli
altri maschi.
Dal punto di vista comportamentale
sono animali molto attivi, pertanto divertenti da allevare, infatti la loro
vivacità rende questa specie particolarmente interessante.
Allevamento in cattività:
Come per tutte le altre specie,
premessa fondamentale per capire come allevare Geochelone Sulcata in cattività
è quella di conoscere quelle che sono le condizioni climatiche in gran parte
del suo habitat naturale e quali sono le variabili che tale ambente presenta.
Questa specie è particolarmente
resistente ed abituata a lunghi periodi di siccità, infatti, le zone da cui
proviene sono molto aride e raramente soggette a precipitazioni, fatta
eccezione per i mesi tra Giugno e Agosto in cui, queste ultime, sono più
intense, comunque inferiori a mm 160 mensili.
Nei mesi secchi (circa da Ottobre a
Giugno) le temperature medie diurne sfiorano costantemente i 30/35° C, con
minime che si avvicinano ai 10 C°, con picchi vicino allo 0, mentre nei mesi
caldi le massime superano anche 45° C e si abbassano intorno ai 20 / 25°C. Il
periodo più caldo coincide anche con la stagione più umida, momento in cui G.
Sulcata concentra tutte le proprie energie per accumulare nutrimenti
fondamentali in vista dei successivi periodi di siccità.
Detto ciò passiamo ad analizzare
quali sono le esigenze principali che dobbiamo soddisfare per allevare questa
meravigliosa specie.L'allevamento di G. Sulcata in
cattività può sembrare molto semplice, vista l'estrema adattabilità della
specie alle condizioni più diverse, tuttavia, proprio per questa sua tenacia,
si rischia di non rendersi conto di eventuali errori di allevamento offrendo
loro condizioni sub ottimali e quindi riducendo la qualità dell'allevamento.
Dunque, per ricreare il ciclo
naturale, che come detto, si divide in stagione umida e stagione secca, si può
sfruttare l'obbligatoria (almeno per la maggior parte delle regioni italiane)
stabulazione invernale ed estiva. Ossia: il periodo estivo, ove le tartarughe
vengono lasciate soggiornare in giardino, consentire loro l'accesso all'erba
verde e, talvolta alle inevitabili piogge o irrigazione artificiale (da
eseguirsi esclusivamente nelle ore più calde, in modo di consentire al prato di
asciugarsi velocemente), in tal modo riproducendo la stagione umida (l'estate
europea, per quanto a noi possa sembrare secca, è comunque troppo umida per
animali il cui habitat è costituito dal deserto).
Nel periodo invernale, invece,
quando si riportano le tartarughe negli alloggi interni, si dovrebbe simulare
la stagione secca, pertanto in terrario, è essenziale fornire alla specie un
ambiente secco, con umidità relativa inferiore al 40% e temperatura media
intorno ai 20/25°C nella zona più vasta del terrario, con uno spot di calore
più elevato (37/38 C°) sotto il quale, il rettile, possa adeguare la propria
temperatura corporea (termoregolazione).
Nella fase notturna la temperatura
nel terrario può scendere fino ai 15°C, senza nessuna conseguenza, infatti in
natura, queste tartarughe sopportano temperature ben più rigide.
Posto che, come detto, si tratta di
animali che raggiungono dimensioni rilevanti, per una corretta stabulazione,
occorre garantire loro uno spazio adeguato (almeno 4/5 metri quadri per
animale), all'uopo eliminando tutto ciò che non è strettamente necessario, onde
non sottrarre spazio per il movimento che, in questa specie, è molto importante
per il suo benessere.
Al fine di contenere l'umidità del
terrario, sarebbe consigliabile installare una ventola di aspirazione forzata,
da spegnersi durante le ore notturne (durante la notte, anche nel deserto
l'umidità sale), che svolge anche un utile funzione di contenimento delle
esalazioni odorose.
Per ciò che riguarda
l'illuminazione,sarebbe molto
importante provvedere al corretto apporto di raggi UVA e U.V.B., che permettano
agli animali la sintesi della vitamina D3. Ciò è possibile mediante
all'utilizzo di tubi fluorescenti, ovvero lampade HQI che comprendano, nel loro
spettro, un sufficiente quantitativo di detti raggi unitamente alla luce
visibile. Queste ultime svolgono anche l'utile funzione di fonte di calore (per informazioni più specifiche si rimanda al link
illuminazione).
Ovviamente, non appena possibile,
sarebbe necessario spostare gli animali all'aperto (normalmente, da quando le
temperature notturne non scendono al di sotto dei 9/10°C, da aprile/maggio fino
a Settembre/ottobre nelle regioni del nord Italia), in modo da permettere loro
di approfittare del beneficio diretto del sole.
Verso il mese di aprile, pertanto,
appena le condizioni climatiche lo consentono, si può gradualmente reintrodurre
gli animali all'aperto, magari con l'ausiglio delle Greenhouse appositamente
studiate per tartarughe, in grado di contrastare i forti cali notturni.
N.B. Il ns. riferimento climatico è l'Emilia
Romagna, ovviamente man mano che si scende verso sud i problemi legati alle
temperature minime si riducono, Per quanto riguarda l'allevamento di questa
specie al sud, (Campania, Puglia, Calabria ed Isole) soprattutto nelle zone
vicino al mare, è possibile allevarla all'aperto tutto l'anno, purché si
osservino alcuni accorgimenti nella realizzazione del rifugio invernale, che
dovrà essere munito di lampade o altri tipi di riscaldatori termostatati,
affinché, nelle notti in cui la temperatura scende sotto di 5°C, la temperatura
all'interno de rifugio non scenda sotto i 10°C.
In questo modo le tartarughe saranno in grado di
affrontare i periodi più freddi rifugiandosi nella zona riscaldata.
Nonostante
questo ciclo non riproduca esattamente le condizioni naturali, la vita all'aria
aperta consentiranno di ottenere ugualmente risultati eccellenti.
Alimentazione:
Occorre premettere che, si deve aver
riguardo dell'alimentazione solo nei periodi invernali in quanto, durante
l'estate, andrebbero lasciate pascolare liberamente nei prati senza apportare
alcuna integrazione salvo, naturalmente, lasciare sempre disponibile qualche
osso di seppia per soddisfare l'eventuale maggior fabbisogno di calcio.
Durante la stagione al chiuso,
l'alimentazione, dovrebbe essere molto ricca di fibre ed il meno umida
possibile, infatti, il loro tratto digestivo non tollera bene alimenti ricchi
di liquidi perciò, occorrerebbe evitare qualsiasi tipo di frutta o verdura
succosa, bisognerebbe invece, offrire loro, come base della dieta del fieno.
Per abituare le tartarughe al fieno,
quando le si riporta all'interno, per rendere il passaggio meno repentino e più
naturale, occorrerebbe aumentare gradatamente la quantità di fieno e,
proporzionalmente, ridurre l'apporto di erba verde, fino ad arrivare (verso novembre)
alla somministrazione di solo fieno, fino alla fine di febbraio, ove si
reinizierà ad introdurre erba fresca (sempre in modo graduale).
Anche dal punto di vista pratico la
somministrazione del fieno in inverno ricopre un ruolo molto importante, infatti,
si decompone più lentamente, se ladose
del giorno precedente è abbondante può essere consumata il giorno seguente.
Inoltre, da ns. notazione personale, da quando somministriamo
fieno al posto di erba fresca in inverno questa specie non ha più presentato
sintomi si scolo nasale, che noi credevamo originati da malattie respiratorie e
invece erano dovuti ad un eccesso di liquidi contenuti nelle erbe offerte.
N.B. Per chi vive in città e fa fatica a reperire erba
di campo, si può organizzare raccogliendone un buon quantitativo una volta la
settimana in una zona periferica, per poi conservarla in frigorifero in una
borsa di plastica e razionandola giorno per giorno e miscelandola al fieno.
Fondamentale è l'aggiunta di
Carbonato di Calcio in polvere due o tre volte alla settimana e, almeno una
volta di un concentrato vitaminico specifico per rettili contenente vitamina
D3. Ideale sarebbe lasciare loro a disposizione una fonte costante di calcio,
quali ossi di seppia o carbonato di calcio in polvere.
A causa dell'ambiente desertico in
cui vive inoltre, C. Sulcata ha sviluppato meccanismi per riciclare i liquidi
all'interno del proprio organismo senza sprecarli inutilmente.
E' pertanto da considerarsi un grave
errore lasciare loro libero accesso all'acqua nel periodo in cui la si ricovera
negli stabulari invernali ove, oltre a tutto, si dovrebbe simulare la stagione
secca.
L'acqua, in questo periodo, dovrebbe
essere offerta solo occasionalmente, non più di una volta ogni 15 - 20 giorni.
A causa di ciò, gli animali, potrebbero essere soggetti aduna parziale perdita di peso (dal
10% fino al 30%), ciò tuttavia, non deve destare preoccupazione in quanto è
dovuto alla fisiologica riduzione di liquidi corporei e non di massa muscolare.
Un eccesso d'acqua, infatti, che se
offerta verrebbe comunque consumata, determina scompensi all'animale che si
traducono in una crescita irregolare, scolo nasale o altre piccole disfunzioni,
apparentemente non importanti, ma pur sempre scorrette.
Il fattore che ci indicherà se i
nostri animali stanno mangiando bene sono le feci, infatti, queste dovranno
essere secche e piene di filamenti di fieno.
Se al contrario si presenteranno
liquide o comunque non ben formate, significa che qualcosa nella dieta non và.
Ovviamente anche per le G. Sulcata
in natura, è possibile imbattersi in una carogna di animale morto nel deserto,
perciò se, due o trevolte l'anno, si
vuole offrire loro un piccolo apporto di proteine animali, non c'è nessuna controindicazione,
tuttavia, ciò non è assolutamente necessario, infatti la dieta sopra descritta
risponde ampiamente alle modeste richieste nutrizionali di questa specie, che
se tenuta come consigliato, otterrà una crescita abbastanza rapida e continua,
ma sempre armonica e sana.
Riproduzione:
L'accoppiamento delle G.Sulcata, al
contrario delle aspettative non è particolarmente cruento, infatti, dopo un
breve corteggiamento il maschio si accoppia, montando sul dorso della femmina,
producendo un sibilo, simile ad un "ruggito".
Se la femmina è ben ambientata e
tutti i requisiti di spazio e vitali sono rispettati, dopo qualche tempo,
dovrebbe iniziare a girare nervosamente nel ternario onde ricercare il luogo
adatto per deporre le uova.
Se non dovesse trovare un sito
adeguato alla deposizione, potrebbe anche ritenere le uova, ciò potrebbe essere
molto pericolose per la vita dell'animale.
E' bene, pertanto provvedere a
creare uno specifico luogo idoneo alla deposizione.
Tale sito deve essere posizionato in
una zona non troppo disturbata e dovrebbe essere composto di terra,
possibilmente compatta (il terriccio troppo friabile prsenta problemi di
eccessiva franosità), in modo da consentire all'animale di plasmare il terreno
senza che lo stesso ricada all'interno del nido (la femmina impiega dalle 5 alle
8 ore mediamente per terminare tutte le operazioni e chiudere il nido secondo
il proprio istinto).
Dovrebbe inoltre avere una
profondità di almeno 50 cm, per fare si che la femmina possa scavare senza
arrivare a toccare il fondo (normalmente il nido è profondo circa 40 cm).
Di solito, una femmina adulta può
deporre, per ogni nidiata, dalle 10 alle 16 uova, anche se deposizioni più
abbondanti sono state registrate.
Le uova devono essere raccolte e
maneggiate con cura, anche se per i primi due tre giorni dopo la deposizione
non si corrono particolari rischi in quanto l'embrione deve ancora formarsi,
successivamente riposte in incubatrice ad una temperatura costante, che può
variare dai 30°C ai 32°C ad una umidità relativa circa all'80%.
Il substrato che si consiglia di
utilizzare è vermiculite idratata 1:1 con acqua ( 100g di Vermiculite 100g di
acqua).
Garantendo queste condizioni, ci si
potrà aspettare la nascita dei piccoli dopo circa 80, 90 giorni.
N.B. Nel caso alcuni piccoli nascessero ed altri no, non
bisogna essere frettolosi nel rimuovere le uova, infatti in alcuni casi certi
embrioni hanno tempi di sviluppo diversi, perciò è sempre meglio tenere le uova
in incubatrice per lunghi periodi dopo le date previste per la nascita.
Cura dei neonati:
E' necessario lasciare i piccoli
dentro l'uovo fino a che non riescono ad uscire completamente, (eventualmente
se notiamo che il liquido di cui è composto l'interno dell'uovo diventa
appiccicoso, possiamo rimuovere momentaneamente i piccoli con tutto l'uovo e
metterli dentro ad una vaschetta con acqua tiepida, in modo da ammorbidire il
liquido e permettere loro di liberarsi, sempre da soli!!!!).
Una volta che i piccoli si sono
liberati dall'ingombrante protezione, dobbiamo rimuoverli dall'incubatrice,
lavarli sotto l'acqua tiepida, per poi rimetterli nuovamente in incubatrice per
altri due/tre giorni dentro ad un vasetto riempito con un filo d'acqua (in modo
da permettergli di rimanere idratati), fino a che il sacco vitellino non si sia
completamente riassorbito.
N.B: Se durante le operazioni di abbandono del guscio
i piccoli dovessero ferirsi il sacco vitellino, non dovrebbe essere un grosso
problema, ma bisogna provvedere a disinfettarlo con Betadine® ben diluito con
acqua.
Finalmente è arrivato il momento di
rimuovere definitivamente i piccoli dall'incubatrice e metterli in una teca di
adeguate dimensioni sufficienti per contenerli comodamente tutti.
Molto importante ricordare che, sia
negli adulti, che nei neonati il sovraffollamento è una delle principali cause
di problemi.
Bisogna inoltre fare molta
attenzione per capire quali sono i soggetti che mangiano e quelli che stentano
a decollare ed eventualmente dividerli in un'altra teca.
L'alimentazione dei piccoli non
differisce molto da quella degli adulti se non per una minore quantità di cibo
secco (fieno); si dovrà pertanto somministrare erba di campo con l'aggiunta
costante di carbonato di calcio e garantire loro un più frequente accesso
all'acqua (2 o 3 volte alla settimana).
La teca per i neonati, dovrà avere
gli stessi requisiti di quella per gli adulti in termini di temperature,
umidità etc...,
Se tenuti d'occhio, la crescita
iniziale sarà entusiasmante, e gli animali arriveranno a raggiungere quasi il
doppio delle loro dimensioni iniziali dopo pochissimo tempo ripagandoci di
tutte le fatiche e le attenzioni a loro dedicate.