Informazioni generali: L’areale
di distribuzione di G. Pardalis è molto vasto e si estende dall’Etiopia fino a
raggiungere il Sud Africa e la Namibia.
G.
Pardalis, è facilmente riconoscibile per la caratteristica colorazione dal
carapace, che presenta un fondo di color crema chiaro o scuro, con screziature
nere più o meno fitte.
Il
piastrone è completamente di color crema, in alcuni casi con alcune rade
screziature nere.
La
pelle è di color crema anch’essa e sulla regione del cranio sono presenti delle
striature nere.
Le
dimensioni mediamente raggiunte da questa specie si aggirano intorno 40-50 cm
di lunghezza carapace, sia per le femmine che per i maschi.
La
specie si suddivide in due sottospecie ufficialmente riconosciute, G. Pardalis
Pardalis, che è presente principalmente in Sudafrica ed in Namibia e G.
Pardalis Babckoki presente in tutto il resto dell’areale.
Quest’ultima,
è la più comune in commercio anche se ultimamente molti esemplari di Pardalis
Pardalis sono offerti con regolarità nel mercato Europeo. Le due sottospecie si
distinguono molto bene in età giovane per la presenza di una sola macchia
marrone all’interno delle scaglie dorsali in Pardalis Babkoki, mentre in
Pardalis Pardalis ce n’è più di una.
Da
adulte è molto più difficile distinguerle, infatti questo metodo di
riconoscimento “sicuro” non è più attuabile perché le macchie scompaiono con
l’età e da adulte le due sottospecie si assomigliano molto, anche se G.
Pardalis Pardalis tende solitamente ad avere una colorazione più scura rispetto
a G. P. Babckoki, ciò è logico vista la provenienza da latitudini più
meridionali (quindi più fredde dato che siamo nell’emisfero Australe) che
richiedono quindi il massimo sfruttamento dei raggi solari quando è possibile.
Vista
l’estensione del loro areale che comprende gran parte dell’Africa Sud-Orientale
ed alla sua diversità geo-climatica, fatta di zone costiere, altipiani, zone
ricche d’acqua e vegetazione oppure più aride e brulle risulta palese che
all’interno delle due sottospecie
ufficialmente riconosciute vi siano notevoli diversità dovute
all’adattamento specifico di ciascun ceppo specifico alle diverse condizioni
ambientali.
In
particolare, anche se non riconosciute come sottospecie ufficiale, le Pardalis
dell’Etiopia sono di dimensioni mastodontiche raggiungendo anche i 70cm di
carapace.
Il
dimorfismo sessuale in età adulta o semiadulta è dato dalla dimensione della
coda, che nel maschio è nettamente superiore e in parte dalla forma del
carapace, che nella femmina è più largo e massiccio, mentre nel maschio tende
ad essere più stretto e affusolato.
Allevamento in cattività: Premessa
fondamentale per capire come allevare G. Pardalis in cattività è quella di
conoscere quelle che sono le condizioni climatiche in gran parte del suo
habitat naturale e quali sono le variabilità che tale habitat presenta.
In
base ai rilevamenti climatici effettuati in gran parte dell’areale di
distribuzione di questa specie risulta evidente che G. Pardalis affronta
fondamentalmente due periodi climatici principali, uno caldo ed umido in cui le
temperature possono raggiungere i 35°C con precipitazioni abbondanti ed un
elevato tasso di umidità (corrispondente all’incirca con i mesi che vanno da
Novembre a Marzo), ed uno più fresco ed assolutamente secco (che va all’incirca
da Maggio ad Ottobre) in cui si possono toccare minime attorno ai 5°/10°C, con
massime diurne intorno ai 20°C e precipitazioni completamente assenti che
portano il livello di umidità nell’aria a livelli bassissimi.
Per
quanto riguarda G.Pardalis Pardalis, in Sudafrica durante il periodo secco le
temperature minime possono raggiungere gli 0°C, sempre con circa 20°C diurni,
il che rende il clima ideale per questa specie molto simile a quello della
Sicilia o di altre località dell’estremo sud durante i mesi invernali.
Ovviamente, considerando una zona così vasta (stiamo parlando di quasi
tutta la l’Africa Orientale) non è possibile fornire dati più precisi, infatti
le temperature massime e minime, i quantitativi di precipitazioni e i periodi
in cui questi eventi si verificano possono variare moltissimo in base alla
posizione geografica, dall’altitudine, dalla distanza dal mare etc... per
questo sarebbe molto importante conoscere la zona d’origine della tartaruga
all’atto dell’acquisto per poter conoscere le sue reali esigenze..
Il
ciclo biologico di G. Pardalis è caratterizzato da un picco delle attività
durante il periodo umido, infatti grazie alle piogge, la savana ritorna
improvvisamente verde e rigogliosa coprendosi di vegetazione e le tartarughe ne
approfittano per accumulare quante più risorse possibili in vista del
successivo periodo di siccità in cui dovranno stare senza mangiare e bere per
periodi prolungati.
Inoltre
in questo periodo sono concentrate le attività riproduttive e le schiuse delle
uova, che di solito coincidono con la caduta delle prime piogge. Ciò non
avviene per caso, infatti nascendo all’inizio della stagione umida, i piccoli
avranno a disposizione il massimo del tempo per crescere il più possibile e per
sperare di non essere predati, infatti appena nati sono estremamente
vulnerabili e perfino dei grossi insetti possono rappresentare una minaccia.
Man
mano che crescono si riduce la schiera di potenziali predatori, fino alle
dimensioni adulte quando virtualmente non ne hanno più.
Per
ottenere i migliori risultati in cattività, è importante poter simulare anche
in maniera parziale questo ciclo, perciò alla fine della stagione estiva
Europea (nella quale è consigliabile allevare questa specie all’aperto e che
dovrebbe simulare la stagione calda ed umida in natura), bisogna riportare
al chiuso le tartarughe (Circa Settembre/Ottobre in nord Italia) e verso il
mese di Dicembre/Gennaio iniziare a ridurre gradualmente le temperature nel
loro spazio fino a portarle intorno ai 20°C diurni e se possibile 10/15°C
notturni, sempre con l’aggiunta dello spot di calore che garantirà per almeno
8h al giorno una fonte di calore aggiuntiva a sostituzione dell’effetto
riscaldante del sole.
In
queste condizioni anche la dieta dovrà essere convertita quasi totalmente in
fieno, infatti questi mesi dovranno simulare l’inizio della stagione secca
nella quale anche in natura il nutrimento di G. Pardalis è costituito da erbe
ed arbusti secchi.
Offrire
questo tipo di dieta è molto importante, infatti durante questo periodo di
rallentamento una dieta particolarmente ricca non sarebbe supportata da un
adeguata trasformazione energetica, vista la ridotta attività metabolica.
Infatti,
le tartarughe saranno molto meno attive e consumeranno sempre minori quantità
di fieno, è possibile che alcune di loro rimangano per settimane intere
nascoste senza mangiare o bere, ma non bisogna preoccuparsi infatti fa parte
dei loro normali comportamenti in queste situazioni.
Anche
dal punto di vista pratico la somministrazione del fieno in inverno ricopre un
ruolo molto importante, infatti produce molto meno odore visto che non marcisce
come l’erba fresca, è più comodo da somministrare in quanto se la dose del giorno precedente è abbondante può
essere consumata il giorno seguente senza che venga sprecata, le tartarughe
assumono molti meno liquidi perciò urinano meno e contribuiscono a tenere il
livello di umidità relativa basso.
Inoltre,
da ns. annotazione personale, la somministrazione di fieno al posto di erba
fresca in inverno ha eliminato gli scoli nasali dei quali questa specie è
spesso vittima.
Verso
Marzo si può iniziare a rialzare la temperatura gradualmente fino ad Aprile,
quando in caso di condizioni climatiche favorevoli si può iniziare a riportare
G. Pardalis all’aperto, magari sfruttando delle Greenhouse appositamente
studiate per tartarughe, in grado di contrastare i forti cali notturni, che
almeno al nord, ad Aprile possono scendere ancora intorno a 5°C.
Molto
importante nel riprodurre questi cicli è tenere a mente che non bisogna mai
fare dei passaggi bruschi di temperature da un periodo all’altro, specialmente
passando dal caldo al freddo.
Inoltre
questa specie ha bisogno di un ottima ed abbondante illuminazione, che può
essere offerta tramite bulbi a spettro UVB o nel caso di allevatori più
esigenti con proiettori che portino
lampade HQI a spettro totale, in grado di riprodurre oltre che i raggi
UVB gran parte delle caratteristiche della luce solare con un notevole
miglioramento del benessere degli animali. L’utilizzo di questi proiettori
consente di evitare lampade ad incandescenza per il riscaldamento in quanto
sono in grado di scaldare oltre che illuminare.
Quando
G. Pardalis è allevata al chiuso, è molto importante evitare che il livello di
umidità sia elevato, infatti è stato dimostrato che con un eccesso di umidità
in ambiente si va ad alterare il corretto funzionamento metabolico degli
animali che risultano crescere poco e male con scaglie piramidali e mancato
distaccamento delle scaglie l’una dall’altra.
G.
Pardalis tende naturalmente ad acquisire una certa piramidalità degli scudi, ma
quella che gli animali sviluppano normalmente, anche in natura, è molto diversa
e ben riconoscibile da quella evidentemente malsana causata da un errata
gestione dell’allevamento in cattività.
Per
questo motivo, sempre nell’allevamento al chiuso, si consiglia di non chiudere
mai dall’alto il terrario, onde evitare ristagni di umidità dovuti alla
presenza di fonti d’acqua per dissetare gli animali.
Per
quanto riguarda l’allevamento di questa specie al sud, (Campania, Puglia,
Calabria ed Isole) soprattutto nelle zone vicino al mare, è possibile allevare
questa specie all’aperto tutto l’anno, a patto di avere alcuni accorgimenti
nella realizzazione del rifugio invernale, che dovrà essere munito di lampade o
altri tipi di riscaldatori termostatati, affinché nelle notti in cui la
temperatura scende sotto i 5°C, la temperatura all’interno della tana non
scenda sotto i 10°C.
In
questo modo le tartarughe saranno in grado di affrontare i periodi di freddo
rifugiandosi nella tana, ma nonappena il sole bacerà la terra rialzando le
temperature diurne intorno ai 20°C potranno uscire a loro piacimento per
scaldarsi ed alimentarsi.
Nonostante
questo ciclo differisca leggermente da quello descritto in natura,
l’adattabilità di questa specie e la vita all’aria aperta consentiranno di
ottenere risultati eccellenti.
Alimentazione:L’alimentazione
di questi animali deve essere totalmente erbivora con ingente apporto di fibre.
Infatti,
il loro tratto digestivo, non è in grado di assorbire alimenti ricchi di
liquidi, perciò è assolutamente da evitare qualsiasi tipo di frutta o verdura
succosa.
Bisognerebbe
invece offrire loro, come base della dieta, erba di campo mista e fieno (meglio
fieno per cavalli, rispetto a quello per bovini, in quanto più povero dal punto di vista proteico).
N.B. Per chi vive in città e
fa fatica a reperire erba di campo, si può organizzare raccogliendone un buon
quantitativo una volta la settimana in una zona periferica, per poi conservarla
in frigorifero in una borsa di plastica somministrandola quotidianamente alle
tartarughe.
Importante
è l’aggiunta di Carbonato di Calcio in polvere almeno due o tre volte alla
settimana e almeno una di concentrato vitaminico specifico per rettili
contenente vitamina D3.
In
questo caso questa pratica diventa ancora più fondamentale, perché offrendo ai
nostri animali una dieta non troppo varia (il numero di erbe che riusciremo a
trovare non riuscirà a coprire tutti i loro bisogni vitaminici) l’apporto delle
vitamine in polvere serve anche per bilanciare la dieta.
Il
fattore che ci indicherà se i nostri animali stanno mangiando bene saranno le
loro feci, infatti queste dovranno essere il più secche e piene di filamenti di
erba possibile.
Se
al contrario si presenteranno liquide o comunque non ben formate, significa che
qualcosa nella dieta non và.
Riproduzione: La
fase di accoppiamento delle G.Pardalis è caratterizzata dal corteggiamento del
maschio che inseguirà le femmine prima di montarle ed effettuare la
copulazione.
Gli
accoppiamenti sono sollecitati se si tengono i maschi separati dalle femmine
per qualche settimana oppure se si bagnano con un getto d’acqua ( da fare solo
in estate!!!).
Se
l’accoppiamento è andato a buon fine e la femmina è ben ambientata, la femmina
sarà pronta per deporre le uova, che in questa specie avvengono da Agosto in
avanti fino a Gennaio / Febbraio.
La
femmina Inizierà a scavare negli angoli, arrampicarsi sulle pareti e ad essere
nervosa, nel tentativo di trovare un sito ideale per la deposizione.
Se
non dovesse trovarlo, potrebbe anche ritenere le uova, tale situazione,
potrebbe divenire pericolosa per la vita dell’animale.
Perciò
è bene che chi alleva esemplari adulti provveda a creare uno specifico luogo
adatto idoneo alla deposizione.
Tale
sito deve essere posizionato in una zona non troppo disturbata e dovrebbe
essere composto di terra, possibilmente compatta, in modo da consentire
all’animale di plasmare il terreno senza che lo stesso ricada continuamente
all’interno del nido (la femmina impiega dalle 3 alle 5 ore mediamente per
terminare tutte le operazioni e chiudere il nido secondo il suo “gusto”).
Inoltre
dovrebbe avere una profondità di almeno 40 cm, per fare si che la femmina possa
scavare senza arrivare a toccare il fondo (normalmente il nido è profondo circa
30 cm).
Normalmente
una femmina adulta può deporre per ogni nidiata dalle 8 alle 10 uova, anche se
covate sostanzialmente più abbondanti sono state registrate.
Le
uova devono essere raccolte e maneggiate con cura, anche se per i primi due tre
giorni dopo la deposizione non si corrono particolari rischi infatti l’embrione
deve ancora formarsi,
successivamente
vanno messe in incubatrice ad una temperatura costante, che può variare dai
30°C ai 32°C ad una umidità relativa media.
Il
substrato che si consiglia di utilizzare è vermiculite idratata 1:1 con acqua (
100g di Vermiculite 100g di acqua).
Garantendo
queste condizioni, ci si potrà aspettare la nascita dei piccoli dopo circa
tre/quattro mesi.
N.B. Nel caso alcuni piccoli
nascessero ed altri no, non bisogna essere frettolosi nel rimuovere le uova,
infatti in alcuni casi certi embrioni hanno tempi di sviluppo diversi, perciò è
sempre meglio tenere le uova in incubatrice per lunghi periodi dopo le date
previste per la nascita.
Cura dei neonati: E’
necessario lasciare i piccoli dentro l’uovo fino a che non riescono ad uscire
completamente,
Una
volta che i piccoli si sono liberati dall’ingombrante protezione, vanno rimossi
dall’incubatrice, lavarli sotto l’acqua tiepida, per poi rimetterli nuovamente
in incubatrice per altri due/tre giorni dentro ad un vasetto riempito con un
filo d’acqua (in modo da permettere ai piccoli di rimanere idratati), fino a
che il sacco vitellino non si è riassorbito completamente.
N.B: Se durante le operazioni
di abbandono del guscio i piccoli dovessero ferirsi il sacco vitellino, è
consigliabile disinfettarlo con Betadine® ben diluito con acqua.
Finalmente
è arrivato il momento di rimuovere definitivamente i piccoli dall’incubatrice e
metterli in una teca di adeguate dimensioni per contenerli comodamente tutti.
Molto
importante ricordare che sia negli adulti che nei neonati il sovraffollamento è
una delle principali cause di problemi, perciò bisognerà individuare una teca
abbastanza grande per contenerli tutti comodamente.
Importante
è fare molta attenzione per capire quali sono i soggetti che mangiano e quelli
che stentano a decollare ed eventualmente dividerli in un'altra teca.
La
teca per i neonati, dovrà avere gli stessi requisiti di quella per gli adulti
in termini di temperature, umidità etc…,
Se
tenuti d’occhio, la crescita iniziale sarà entusiasmante, e gli animali
arriveranno a raggiungere quasi il doppio delle loro dimensioni iniziali dopo
pochissimo tempo ripagandoci di tutte le fatiche e le attenzioni a loro
dedicate.